Oltre la folla, per la gioia di un Destino

Il dovere della memoria contro l’oblio

Cari genitori e amici della Regina Mundi,
sono passati circa due mesi dalla notte di Crans Montana. La cronaca si è fatta quasi silenziosa, ma per noi questo tempo non è un invito all’oblio, bensì una chiamata a un’attenzione più profonda. Come ha ricordato monsignor Torriani nell’omelia per Chiara: “Quando la morte irrompe all’improvviso, senza avviso, con un volto duro e crudele; quando non prende te ma strappa via ciò che ti è più caro, il figlio, il cuore del tuo cuore, il futuro in cui ti riconoscevi, allora ogni parola si rivela insufficiente, anche la più alta, anche la più vera”.

Proprio perché le parole spesso non bastano, sentiamo l’urgenza di non cedere alla trascuratezza — di noi stessi, dei nostri ragazzi e dei luoghi che abitiamo. Questa tragedia non è un fatto archiviato, ma una “convocazione” che ci interroga su quale significato viviamo e stiamo offrendo ai nostri figli per aiutarli ad alzarsi ogni mattino. Spesso pensiamo che la nostra missione sia risparmiare loro il dolore, ma la realtà ci dice altro.

Comunicare la gioia di un destino

Don Giussani, un sacerdote brianzolo che ha educato centinaia di giovani, in un dialogo con Giovanni Testori (scrittore e poeta milanese) diceva parole che oggi risuonano come una sfida per tutti noi educatori: “Non si può dare a un figlio il sentimento dell’essere voluto, se non si comunica la gioia di un destino. Allora il dolore cambia segno, diventa una condizione”. Il nostro compito, allora, non è proteggerli in modo sterile dalla fatica del vivere, ma testimoniare che esiste un destino buono, una meta che dà senso anche al dolore.

Ma come si comunica la “gioia di un destino” in un tempo così ferito? Per vivere questo compito, mi colpisce ancora l’invito che monsignor Torriani ha rivolto ai giovani, che è in realtà un severo monito per noi adulti: “Cercate adulti che non siano folla, ma presenza. Non accontentatevi di parole facili, di modelli vuoti, di vicinanze che non sanno fermarsi. Cercate relazioni che sappiano riconoscere il vostro tocco, come Gesù in mezzo alla folla”.

Dalla folla alla presenza: il valore del “tocco”

Essere “presenza” significa smettere di essere quella folla anonima che urta i ragazzi senza incontrarli davvero. Nel brano del Vangelo richiamato da Torriani, Gesù è circondato dalla calca: tutti lo premono, lo spingono, lo soffocano quasi. Ma in quel frastuono accade un fatto imprevisto: il tocco di una donna malata, l’emorroissa, che osa sfiorare il suo mantello. Gesù si ferma e chiede: “Chi mi ha toccato?”. Ai discepoli sembra una domanda assurda — la folla lo sta letteralmente schiacciando — ma Gesù sente la differenza tra l’urtare accidentale della massa e il tocco consapevole di chi cerca un nesso reale con la vita.

Essere adulti che non sono ‘folla’ significa avere uno sguardo capace di riconoscere il ‘tocco’: quella domanda vera, quel grido autentico che i nostri ragazzi spesso nascondono dietro mille maschere. Tuttavia, per riuscire a identificare quel tocco che arriva dai figli o dagli alunni, è necessario che noi per primi siamo sostenuti: un adulto, infatti, può riconoscere il bisogno dell’altro solo se ha trovato qualcuno che riconosca, innanzitutto, il proprio.

Il “lieto volto” di Virgilio

Mi viene in mente un’immagine del terzo canto dell’Inferno. Dante si trova davanti alla porta che immette nel regno dei dannati e legge la terribile scritta: Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate. È il momento del terrore puro, del buio totale. Cosa fa Dante? Cerca lo sguardo di Virgilio. E il maestro, il padre, non gli evita l’Inferno, ma lo prende per mano e, come scrive il Poeta, “con lieto volto” lo introduce in quel cammino.

Oggi ci è chiesto di essere come Virgilio: adulti che hanno il “lieto volto” di chi sa che la vita va trafficata con passione perché ha un valore infinito.

Se coltiviamo il desiderio di custodire questo legame vivo con la realtà, vincendo la distrazione e la trascuratezza, allora la nostra scuola e le nostre famiglie diventeranno luoghi dove la speranza non è uno slogan, ma un’esperienza presente.

Un’attenzione instancabile alla vita

Il rischio più grande non è la sofferenza, ma l’abitudine: il tornare a vivere come se nulla fosse accaduto. Ciò che questo tempo ci domanda è invece un’attenzione instancabile verso la vita che accade ora, tra i banchi e nelle nostre case, affinché i nostri ragazzi possano incontrare in noi testimoni credibili che la vita è un bene, sempre, e che merita di essere vissuta.

Grazie per il cammino che facciamo insieme.

Matteo Severgnini,
Rettore

Educazione è convocazione

Un “buongiorno” che convoca: a scuola il saluto diventa respiro di inizio, cammino condiviso e profezia di pace.